Unhappy ending
Nella sua tormentata stagione elettorale Barack Obama avrebbe voluto dare in pasto agli americani un bel blockbuster sui Navy Seal che entrano nel compound di Abottabad e uccidono Osama bin Laden, con il supporto imprescindibile di un’Amministrazione che quando si tratta di ammazzare terroristi non fa sconti, tutto per la regia sapiente di Kathryn Bigelow, già storyteller cinematografica dell’epopea bellica irachena. Leggi La battaglia decisiva dell'Ohio - The Tank
22 AGO 20

Nella sua tormentata stagione elettorale Barack Obama avrebbe voluto dare in pasto agli americani un bel blockbuster sui Navy Seal che entrano nel compound di Abottabad e uccidono Osama bin Laden, con il supporto imprescindibile di un’Amministrazione che quando si tratta di ammazzare terroristi non fa sconti, tutto per la regia sapiente di Kathryn Bigelow, già storyteller cinematografica dell’epopea bellica irachena. Dopo un anno di polemiche per l’accesso garantito alla regista a documenti riservati, presumibilmente in cambio di una rappresentazione condiscendente, una marchetta d’essai, per il governo che ha individuato ed eliminato con serafica precisione il gran nemico che era scomparso sotto i nasi di Bush e Cheney, l’uscita di “Zero Dark Thirty” è stata rimandata al 19 dicembre, quando si cantano i carrol e le elezioni sono un ricordo. Obama ci sperava e invece si ritrova con un film sullo stesso tema, “Code Name: Geronimo” che uscirà (forse) prima del 6 novembre e che comunque rappresenta la morte di Bin Laden come il risultato di uno sforzo decennale, quindi non solo obamiano, e con “Argo”, il film di Ben Affleck uscito ieri in America tratto dalla storia vera e “unclassified” di sei ostaggi americani sgusciati dall’ambasciata di Teheran nel 1979 e riportati in patria con un’operazione della Cia troppo assurda per fallire: mandare una vera troupe di Hollywood a girare un finto film in Iran, prelevare i sei e tornare felicemente a casa.
Ben Affleck quattro anni fa era il Chuck Norris di Obama, perfettamente in linea con Matt Damon, Ashton Kutcher, Brad Pitt e compagnia liberal, e si è speso come e più degli altri per rendere la salita del senatore dell’Illinois alla Casa Bianca una cosa molto giusta e cool. Ora, dice, i suoi sentimenti verso Obama sono “complicati” e anche qui Affleck non si discosta dalla generalizzata disillusione di Hollywood nei confronti del presidente, anche se il tempismo della sua pellicola è persino ingeneroso. Raccontare una storia, pur dotata di happy ending, che evoca Jimmy Carter, la crisi degli ostaggi, l’elicottero che si schianta contro il C-130, la Delta Force che fallisce e con lei falliscono un’Amministrazione e un paese, un presidente goffo che pochi mesi dopo viene inevitabilmente travolto da Ronald Reagan, ecco, tutto questo non fa bene al “Carter moment” di Obama, intrappolato politicamente in un attacco terroristico al consolato di Bengasi con quattro morti. Ogni giorno escono nuovi dettagli sull’attacco, e ogni dettaglio racconta l’impreparazione, la leggerezza, l’insipienza di un’Amministrazione che ha impiegato due settimane per ammettere pubblicamente che se miliziani con Rpg e altre armi pesanti devastano un consolato americano di solito è un attacco terroristico, non una protesta popolare finita in tragedia. Ben Affleck suggerisce involontariamente che ci vorrebbe un’operazione Argo per Obama, una gran trovata come quella dell’agente Antonio Mendez, autore del libro “Argo” (in uscita a fine mese per Mondadori), per uscire da un pantano che ha costretto i portavoce, gli ambasciatori e i funzionari di Obama a fare capriole impossibili per giustificarsi agli occhi dell’America. Il vicepresidente Biden, tipo più scafato, s’è limitato a mentire per evitare il problema.
Leggi La battaglia decisiva dell'Ohio - The Tank